Paola Romano | Grande Artista e cara amica

In più occasioni abbiamo reso omaggio ad artisti scomparsi dei quali abbiamo apprezzato il percorso lavorativo, o che più semplicemente hanno rappresentato un tassello significativo nel panorama dell’arte contemporanea. Mai però avevamo dovuto annunciare la scomparsa di un’artista, una donna a noi vicina tanto da essere una persona di famiglia, parte integrante della nostra azienda. Paola Romano ha accompagnato le attività di Canova fin dall’inizio, condividendo gioie e difficoltà, progettando e sognando con noi successi e traguardi prestigiosi. Molti di questi sogni li abbiamo realizzati insieme, altri si sono interrotti bruscamente un giorno di settembre che non avremmo mai voluto vivere.  Si dice che quando un artista muore non viene ricordato e neanche mai dimenticato; poichè vive attraverso la sua Opera. Però oggi Paola ci manca, anzi ci manchi, perché siamo certi da lassù ci stai guardando e con la tua disarmante umanità ci inviti a darci da fare, nel portare avanti quei sogni che insieme avevamo deciso di trasformare in realtà. Ci piace ricordarti quando, in occasione delle mostre, illuminavi gli spazi con le tue lune preziose, opere al di là del tempo che non richiedevano spiegazioni, riuscendo ad emozionare tutto il pubblico. O ancor più semplicemente la mattina del lunedì nel tuo studio quando, arrivati per apprezzare le ultime opere, rimanevamo spiazzati ed affascinati nel conoscerne di nuove, in tutto diverse. Ti piaceva sperimentare, provare, sbagliare, rifare, creare e infine riuscire, per arrivare ad una tua alchimia dell’arte intesa come via della verità attraverso le trasformazioni della materia. Vera e propria esperienza di crescita e processo di liberazione e di purificazione spirituale. Ricordiamo anche quando, in occasione della tua personale “Pathos” organizzata e curata da noi a New York, ci chiamavi di continuo dall’Italia per sapere se il pubblico americano apprezzava il tuo lavoro. L’universalità del tuo messaggio arrivava al cuore dei tanti presenti, con un linguaggio che solo la tua Arte è in grado di esprimere. Oggi che Paola non è piu fra noi dobbiamo far tesoro dei tanti momenti belli vissuti insieme, ma sentiamo forte il bisogno di portare avanti il suo lavoro, perchè le opere e il pensiero di questa straordinaria artista possano vivere per sempre e parlare ad un pubblico più vasto possibile.  Ed è per questo che lavoreremo sulla valorizzazione del suo lavor, attraverso l’archiviazione delle opere e la promozione sia in Italia che all’estero. Certi di tenere vivo il ricordo in chi l’ha amata e al tempo stesso farla conoscere a tutti quelli che non hanno ancora avuto il piacere di apprezzare un’artista e soprattutto una donna speciale!

Klessidra | Milano. Futura Giardina. Verticale.

Sogno sempre, non smetto di sognare e i sogni non sempre sono belli, a volte brutti, inquietanti, incubi; ma questi li rimuovo subito. Mi concentro su quelli a lieto fine, a fabula lieta, che non sempre sono quelli di notte, a volte sono quelli ad occhi aperti, che ricevono e danno luce. Fra questi, immagino, che un progetto, o per meglio dire, un disegno di Antonio Sant’Elia, prenda vita e corpo, per la magica vernice di Pier Lambicchi, che con quella sua, che era portentosa, dava a tutto anima e corpo. Eppure abbiamo dormito, un sonno senza sogni, a partire dal Grattacielo Pirelli, alla Torre Velasca, con un battibecco banale su verticale\orizzontale che ha partorito immense periferie a tre piani (massimo) e al serpentone mostruoso di Corviale a Roma, Corvetto a Milano, Zen a Palermo, Scampia a Napoli e sembrava una condanna alla banalità, altro che il visionario verticalismo futurista di Sant’Elia. Ora, sembra, che “orizzontale democratico e verticale aristocratico”, stia per essere dismesso, accompagnato dalla consapevolezza (tardiva) che non si può cementificare la penisola e le isole italiane, per cui recuperando San Gimignano, Torre di Pisa, Asinelli e Garisenda di Bologna, possiamo guardare in alto dalla Torre di Renzo Piano a Torino e da quelle di Zaha Hadid, Michel Libeskind e Arata Isozaki, con la gioia di guardare sole, luna e stelle. Ma in questo momento speciale, post covid e surriscaldamento terra, sto con Stefano Boeri, inventore del giardino verticale che è una genialità architettonica, urbanistica e una riproposizione del giardino all’italiana, di ornamento e geometria insieme, meraviglia della vista che porta in alto, sempre più in alto, il concetto di Eden intriso di modernità estetica, armonica, artistica, con un mix di cultura e natura che è sostenibilità, che è Arte. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Milano. Miart 2021

Un mese rosa, questo settembre, per l’arte moderna che alcuni si sforzano di distinguere da quella detta contemporanea. Mentre si tratta di arte moderna e basta, perché il termine contemporanea, non è cronologico e differenziante, ma acronico, che conferma delle affinità elettive. La contemporaneità non è affatto la modernità più vicina a noi; quella semmai è l’attualità, che è un’altra cosa, perché come ci ha detto, l’insuperato Benedetto Croce, tutto può essere contemporaneo, anche ciò che è lontanissimo nel tempo, basta che sia desiderante, innamorante, affettivo. Nella dolce morsa di Photo London, di Londra e di Harmony Show, di New York, precedenti, di poco e di Art Basel, seguente di poco, Miart 2021, della fulgente Milano torna a mostrare arte in presenza, senza mediazione video, affermando un valore plastico, visivo, olfattivo, gastrico, tattile, che è ineliminabile, in una matericità fatta artefice di vita immaginaria. Una evidenza, di vita e di vitalità, che contraddice, un ripetitivo pessimismo di certi nostri connazionali, che vedono grandi, gli altri e noi piccoli, piccoli sempre più piccoli. Centoquaratacinque gallerie, che si contendono un primato del visibile, che non è una gara a chi arriva prima, ma un’alta dimostrazione d’ingegno, che c’è, indiscutibilmente. In cinque sezioni, altamente pedagogiche e didattiche, Established Contemporary, Established Masters, Emergent, Decades, Generation, si espande tutto un universo di opzioni, stili, tendenze, poetiche, che è fatto per attrarre (e ci riesce) una moltiplicante fascia di interesse e di collezionismo, proveniente da latitudini e longitudini diverse, in una kermesse, capace di confermare, Merz, Bonalumi, Rotella, ma anche di promuovere, tutto un universo giovanile, tipo, Romina Bassu, Troy Makaza, Andrés Pereira Paz; insomma, un bel girotondo, tondo. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Elegia alle Piccole Arti | Sara Scapinello

Fili colorati si abbracciano sulla superficie di un arazzo; un intarsio delicato risveglia il legno di un tavolino; fragili bolle d’aria si cristallizzano nel vetro di un calice; una pietra illumina l’incavo del collo di una donna. Ornamenti. Semplici ed insieme complessi, quanto il lavoro che sottostà alla loro creazione. Questi decori scivolano lievi su oggetti di ogni forma e dimensione, dalle pareti di una cattedrale all’angolo di un fazzoletto di stoffa. Gioia per la vista o sacrilega offesa alla forma? Necessaria elevazione estetica o inutile belletto? Da tempo immemore l’essere umano ha la necessità di distinguersi dal mondo naturale adornando se stesso e ciò che lo circonda: è la cultura che emette il suo primo vagito, trasformando le nostre azioni da semplice sopravvivenza a coscienza dell’esistenza. Con altrettanta forza questo istinto è stato osteggiato in ogni epoca: uno dei suoi primi e più celebri oppositori fu Platone, il quale inorridiva davanti a tutto ciò che potesse nascondere il vero ontologico, considerando le decorazioni inutili eccessi. Il massimo attacco venne sferrato da Adolf Loos, l’architetto che profuse energie nello scrivere pagine e pagine riguardo la criminale volontà di ogni linea curva. Eccesso, Inutilità, crimine. Eppure, instancabili, le mani di milioni di persone nella storia non si sono mai fermate. Progettare un decoro significa elevare un blocco di inanimata materia a spirito vitale in movimento. Segni e colori si rincorrono in sfrenate danze, accompagnando con grazia la quotidianità della nostra esistenza. Christine Buci-Glucksmann ritorna più volte sulla sinestesia esistente fra ornamento e musica: in entrambe forma piena e spazio vuoto si alternano generandosi reciprocamente in onore di un ritmo, quasi una grammatica, che ci parla con un linguaggio universale simile a quello della matematica. Perché dunque la parola più comune per definire queste tecniche è “artigianato”? I più coraggiosi fra noi le definiscono al massimo “arti minori”. Non è forse vero, come teorizzava Hubert Damisch, che in fin dei conti ogni opera d’arte, anche la più nobile ed ispirata, può essere considerata ad un diverso livello, ella stessa un elemento decorativo? Siamo forse troppo abituati a concepire il bello come qualcosa di elevato, quasi irraggiungibile. Ci hanno insegnato che l’artista manifesta le sue capacità solo in momenti di fulgido genio, ma allo stesso tempo abbiamo avuto bisogno di farci rassicurare dalle parole di Walter Benjamin quando, al sorgere di fotografia e cinema, ci sentivamo spaesati di fronte all’assenza del lavoro manuale, del tocco, della materia unica e irripetibile. Perché dunque declassiamo con tanta leggerezza il paziente e dedito lavoro di una ricamatrice, di un intagliatore, di un mastro vetraio o di un orafo? La speranza è che ognuno di noi sia in grado di riconoscere la bellezza nel momento in cui essa si manifesta, che sia fra le fastose pareti di un museo o fra le mura delle nostre case. Accogliere l’Arte in ogni forma e considerarla parte integrante del nostro quotidiano è fondamentale: Arte è comunicazione, Arte è contemplazione, Arte è puro pensiero e splendida azione. Arte è un diritto per la nostra umana esistenza, non un lusso per eletti.   Dott.sa Sara Scapinello INSEGNANTE DI STORIA E PROGETTAZIONE DEL TATUAGGIO ACCADEMIA DI BELLE ARTI GB TIEPOLO – UDINE

Klessidra | Creatività è un Salone Mobile

“Settembre, andiamo…”mi viene in mente D’Annunzio, che era forma per eccellenza, cura del particolare, estroversità e tanto per non farsi mancare niente, sorprendente novità. Sta molto bene per questo super salone, che evidenzia di una grande vitalità (e questa è biologia) assolutamente associata ad una grande intelligenza (e questa è biografia). Un grande senso di orgoglio, per una tradizione che si rinnova, che vuole rimanere tale e non trasformarsi in anchilosata tradizionalismo, che è folclore e nulla più (con tanto di rispetto per il folclore), per cui, là, qui, là; bisogna essere nel luogo imprevisto, panico, dove tutti gli altri pensano che non si possa andare e invece si può, si deve, per rimanere in vetta e scrutare i venti dello “spirito dei tempi”, sempre pronti a tradimenti e nuovi amori… Si tratta, con un grande presente, anche di onorare una storia che vede la Lombardia al centro di un evento mondiale, una massimizzazione, da incrementare, da rendere sempre più attrattiva, sprigionando quell’effetto desiderante, che è la casa, il luogo dei luoghi, che è inscritto nella nostra antropologia, per cui deve essere respirante, pulsante, energetica, ma anche di un autout, che è medium e probabilità altissima, di successo. Marche presenti: 450. Biglietti venduti: 30 mila; qualcuno, di quelli che vedono il bicchiere (ma che bicchiere!!!) mezzo vuoto, già dice, “rimbalzo”, semplice rimbalzo, mentre quelli che vedono con ottimismo della volontà e dell’intelligenza (tra cui mi trovo bene) gridano un evviva, grande quanto una casa. Casa, appunto, di questo si occupa il super salone, con una forte carica di novità, di originalità, basata sulla luce, che non è mai uguale a stessa, pur essendo trasparenza e orizzonte del tutto. C’è anche qualche bizzarria, qualche cosa che ti fa dire, oddio! Ma è proprio questa che porta avanti i linguaggi, le sperimentazioni, che appaiono sempre “troppo presto” e hanno bisogno che i lenti del senso comune ci arrivino, ma non tanto per tesserne le lodi o le infamie, bensì per comprendere, per accogliere, per superare, per modificare, ma anche per escludere. Da tenere a distanza, l’indifferenza, che rimarrà fuori salone, che è sempre più , Milano! Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Color miele. Solomeo.

Quando la ricchezza, il benessere, si affermano e possono fare leva su un sottostrato culturale, profondo e fertile, non passa tempo che trasformano la quantità, in qualità, prima assorbendo, per imitazione, quello che altri hanno fatto e poi producendo del proprio. È questa la storia delle classi ottimate, nate da economia (che possiede cultura implicita) e tramutate in consapevolezza, in stile. Esempi di questo genere, ci vengono da tanti momenti, che chiamiamo Ellenismo, Classicismo, Barocco, Modernismo…, tutti differenti tra di loro, ma con un comune denominatore, il bello in piccolo e in grande; dall’oggetto alla casa, dal giardino alla città ed ora all’abbigliamento alla persona, a quella che abbiamo, di nuovo, cominciato a chiamare, qualità della vita. Nel nostro quotidiano, i segni del benessere, diventato stile, si chiamano in tanti modi e tanti nomi. Agnelli, Panza di Biumo, Ottolenghi, Magnani, Prada, Fendi, Lia, Feierabend, Golinelli e tanti altri a cui rendere merito… Qui tocca a Brunello Cucinelli, signore umbro del cachemere, che allarga l’orizzonte, dal borgo al limitrofo bosco (detto la Cima) con alberi secolari e pietre gigantesche, su cui incidere frasi di grandi pensatori, perché il bene del lavoro, della ricreazione, si possa conciliare con l’educazione spirituale, che vuol dire coltivare il senso dell’integralità, senza di cui non c’è che differenza e accumulo di diseguaglianza; e non si può avere un vero saper fare, se non c’è un’armonia dentro le persone. Il bosco della spiritualità e il Borgo dell’anima sono una utopia, difficilmente raggiungibile… E se, anche, così fosse?! Questo rimane il senso dell’arte, della poesia, che non può prodursi e riprodursi nella distruzione (urbana…, amazzonica…, polare…), per cui bisogna custodire e abbellire quei luoghi che hanno ispirato le nostre e le altrui vite. Che non sono biologie, solo, ma biografie. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Calatrava San Gennaro Napoli

Santiago Calatrava, spagnolo, super architetto, che in Italia è noto per realizzazioni fascinose, eccitanti, come la Stazione di Reggio Emilia e il Ponte omonimo, il Porto della Marina di Arechi e non ultimo, il suo progetto per l’Università di Roma, si propone a noi, per una mirabolante interpretazione della Chiesa di San Gennaro a Napoli, prospettandone una vera rinascita, che fa dialogare il grande ieri, con il grande oggi. Fuggo dalle radicali polemiche veneziane, sul ponte minimale e geniale che attraversa il Canal Grande, che sono la testimonianza di un conservatorismo, banale, arrogante, che non sa fare i conti col passato e si ritaglia un presente mediocre, puntando sul dito e non sulla luna, che esso indica. Insomma, s’è capito, Calatrava mi piace, come Zaha Hadid, Libeskind, Piano, Isozaki, Botta. A Napoli, di fascino universale e problemi millenari, propone una straordinaria lettura, attualizzante del Barocco di Capodimonte, donando un apparato teatrale, che suscita vita e vitalità, esaltando storia e tempo presente. Restauro di tutto, dall’organo alle campane, in un inno alla straordinaria abilità dell’artigianato e delle tradizioni locali. Una parte permanente e una parte teatrale, per Santiago Calatrava. Nella luce di Napoli. Un barocco a trecentosessanta gradi, dalle vetrate al soffitto, alle nicchie, alle porcellane, con un arricchimento che fa comprendere meglio il suo mistero e la sua indicibile sublimità. Pareti e soffitto in blu oltremare e poi in tutto, di tutto, in “un concetto globale in cui le diverse parti; porcellana, tessitura, smalti, pittura, convergono in un’opera autonoma”, che parla molte lingue, quelle della tradizione aurea e quelle dell’innovazione di grande ardimento. Perché il genio può (deve) stare col genio. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Banksy | All’asta l’NFT di “Spike”

Il 50% dei proventi della vendita sarà devoluto in beneficenza a sostegno delle organizzazioni che operano per aiutare le vittime dei conflitti a livello globale.  L’asta prenderà il via dalle ore 22:22 su Valuart e terminerà il 29 luglio Prende il via il 22 Luglio, alle 22:22, su Valuart l’asta dell’NFT ricavato dalla celebre opera “Spike” di Banksy. Il 50% dei proventi sarà devoluto in beneficenza a sostegno delle organizzazioni che operano per aiutare le vittime dei conflitti a livello globale. Questa NFT include sia arte visiva che arte musicale. Nel CGI (Computer-Generated Imagery), l’opera Spike viene vista fluttuare nello spazio e attraversare l’atmosfera terrestre per poi immergersi nel Mar Morto, ritornando al suo legittimo posto sulla Terra, dove una volta riemersa, continuerà a ruotare su sé stessa sospesa nel vuoto. La voce di Vittorio Grigòlo sarà protagonista dell’opera. Il celebre tenore di fama mondiale ha infatti fornito un’esecuzione mozzafiato di un’aria lirica, che accompagna Spike lungo questo viaggio verso il suo luogo natio. “Sono entusiasta di poter essere parte del progetto Valuart – racconta Grigòlo – e di aver contribuito alla rinascita di un’opera d’arte così straordinaria come Spike, fornendo una mia esecuzione per la creazione di questo NFT. Ho fatto il mio ingresso per la prima volta nel metamondo dove mi trovo perfettamente a mio agio e dove prevedo ci sarà di sicuro il perfetto spazio per intraprendere progetti memorabili”.  Quella di Spike rappresenta la prima di una serie di aste di NFT sviluppate dalla società basata a Lugano. Il prossimo NFT sarà dedicato al manto e alla stola per il Giubileo del 2000 realizzati da Stefano Zanella e indossati da Papa Giovanni Paolo II la notte del 24 dicembre 1999, in occasione dell’apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro. Si tratta del cosiddetto “Manto Giubilare”, vero e proprio pezzo di storia e formidabile esempio di alta manifattura dell’artigianato di Prato, che verrà reso immortale attraverso la versione in NFT.

Klessidra | Alta Roma Moda

Il luogo è quello mitico di Cinecittà, che tutti abbiamo nel cuore e nell’immaginario, per i tanti film, che ha visto nascere, nel dopoguerra e negli anni ‘50, detti di grande sviluppo e di miracolo economico, ma in realtà, di migrazioni bibliche da tutte le regioni a sud di Napoli, isole comprese. Gli anni del neorealismo e della commedia italiana, in bianco e nero, con capolino di Ferraniacolor e Technicolor, che annunciavano la Dolce Vita e l’epopea di Via Veneto, con paparazzi e dive in vacanze e lavori romani. Con gli anni sessanta, si consumano le povertà, i miti, i sogni e nasce un lungo tempo della stagnazione, dove non emergono più né Gassman, né Sordi, né Fellini, né Antonioni; e menomale che c’è Verdone. Cinecittà ha rischiato grosso, di diventare un mega emporio commerciale, con qualche virgola di “come eravamo”. Per fortuna i nefasti non sono stati totali, anche se, il passato è passato e basta e resta un po’ e un po’ cinema, televisione, doppiaggio e qualche sogno. Una bella notizia, viene, per fortuna dall’alta moda romana, che l’ha scelto per sfilare in questo luglio di permanenza di distanze interpersonali, che nell’italiese imperante, sono diventate “sociali”, che non c’entra nulla ed è un’altra cosa. Sfila la forza stilistica italiana, che si distende tra Roma, Firenze e Milano, perpetuando un protagonismo, che vede passare i grandi nomi e le giovani promesse, ma soprattutto un sistema, un’organicità, un’eccellenza, che non ha cadute ed angoli bui, ambasciatrice di una ineguagliabile storia e attualità di italiani, con “Fashion Hub”, con “Who is on next?”, con “Show case Roma”, con “Portfolio Review”. Come dire, i valori cardine del made in Italy; moda. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Yukoh Tsukamoto | Le lacrime della Natura

FINO AL 15 LUGLIO, YUKOH TSUKAMOTO È ALL’ATELIER GALLERY DI ROMA CON IL PROGETTO LE LACRIME DELLA NATURA A CURA DI LJUBA JOVICEVIC E ANA LAZNIBAT. UNA RIFLESSIONE SUGLI ASPETTI PIÙ MISTERIOSI DELLA NATURA. In occasione della sua seconda mostra personale, nell’Atelier Gallery di via Panisperna, Yukoh Tsukamoto propone un nuovo racconto boschivo che invita lo spettatore a immergersi profondamente in un universo onirico, a volte ambiguo e misterioso. Sempre agile nel tracciare i lineamenti di ogni elemento naturale, Tsukamoto propone in questa sua esposizione, a cura di Ljuba Jovicevic e Ana Laznibat, un corpus di opere che si nutrono di luce. LE OPERE DI YUKOH TSUKAMOTO Con Le lacrime della natura, il cui titolo indica una riflessione dell’artista sulla natura ormai del tutto domata e ferita dall’incuria quotidiana, siamo di fronte a una serie di opere – realizzate con la tecnica gum print (una stampa simile alla litografia su pietra, ma con la quale è possibile stampare pochissime copie, ognuna diversa dall’altra, essendo la matrice di carta, – che ruotano tutte attorno a una grande installazione: ed è come entrare in una macchia, dove ad accogliere il visitatore sono le ombre e i movimenti di alcuni bozzoli trasparenti, o luttuose tele di ragno, nei quali sono presenti frutti secchi di liquidambar, l’albero da cui gli Aztechi ricavavano l’ococal.