Klessidra | Aldo Loris Rossi. Archè. Napoli.

Non ho conosciuto di persona Aldo Loris Rossi, architetto, urbanistica e paesaggista napoletano, autore di una scrittura progettuale che non finisce con la sua morte (avvenuta nel 2018), ma continua la sua lezione magistrale in termini di fantasia, scienza e coscienza. Napoletano doc, si può dire che ci ha lasciato un patrimonio inestimabile di pubblicazioni, di costruito, di progetti vivi e vegeti e di suggerimenti che valgono una sua elevazione all’olimpo delle menti fervide, che una volta si dicevano superiori e lo sono. Riguardano l’area flegrea, quella vesuviana, quella del centro storico, in una capacità sintattica di collegare il particolare al generale e viceversa. Napoli nel suo linguaggio, è verticale e irraggiungibile, ma anche, una grande incompiuta, maestosa e fragile, stretta in un piccolo territorio, incapace di dare veste decente ai Quartieri e sempre in bilico di nuovi rinascimenti, rovinose cadute, grande cultura e folclore sbraitante. Non l’ho conosciuto di persona, ma l’ho ascoltato per anni in una sua rubrica su Radio Radicale, in cui disegnava, quelli che sono i vettori della modernità e cioè, proiettarsi nel futuro non lasciandosi niente, dietro, neanche i laceri e gli scarmigliati; lui imponente e maestoso come lo sanno essere i napoletani alla Raimondo di Sangro, alla Vincenzo Cuoco, alla Eleonora Fonseca Primentel, per arrivare a Benedetto Croce e Gerardo Marotta. Aldo Loris Rossi è la specularità di Anna Maria Ortese e di Curzio Malaparte, ma è una voce per l’Italia tutta, che nell’arte, nella creatività, nello stile, poggia le sue basi ed eleva le sue altezze, facendo sistema e in questo ha bisogno di napoletanità, come dimostrano le stazioni della sua metropolitana, le vette del suo centro direzionale. E servono artisti creativi, come lui, parimenti scienziato. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Chiude. Garage. Museum. Mosca

Superior stabat lupus, inferior agnus longeque. Tunc fauce improba incitatus latro iurgii causam intulit: “cur, turbolentam fecisti mihi aquam bibenti?” Laniger contra timens: “qui possum facere quod quereris, lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor”. Repulsus ille veritatis viribus: “Ante hos sex menses, male dixisti mihi”. Respondit agus: “Equidem natus non eram! “ “Pater, hercle, tuus, male dixit mihi!” Atque ita corruptum lacerat iniusta nece. Haec propter illos scripta est omines fabula qui fictis causis innocentes opprimunt. Questa è una famosa favola di Fedro, che tutti conoscono e io l’ho trascritta in latino, per trasmettere un senso arcano della prepotenza, infatti dice, “hercle”, per Ercole, per indicare la situazione arbitraria di chi, forte dei propri mezzi ma privo di una giustificazione, accampa qualunque scusa per agire. La prepotenza viene da lontano ed è arrivata fino a noi; oggi tocca agli ucraini, domani può toccare a chiunque e allora la voce della cultura, della libertà si deve levare alta e forte, più di quella del prepotente e vincere con la potenza della sua moralità, che non la fa piegare alle voglie del tiranno. Io mi sito sulla scia di Daniel, Sinjavskij, Solgenitzin, Sacarov, nella memoria di Mayakovsky, Esenin, tutti russi della libertà (quella dei forti), accanto a Vettel super corridore, a Marina Abramovic, divina artista, a ex Miss Universo, (che ha tolto tacchi a spillo, indossando stivaloni), a Ekaterina Gamova, pallavolista russa, che si ribella alla guerra, a Milena Gabanelli, che propone di abbassare i riscaldamenti e spegnere le luci un po’ prima, a Elena Kovalskaya, dimessasi dal Garage Museum di Mosca. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Campo del Sole. Trasimeno. Sculture.

Mi portò Pietro Cascella, nel 1992, con la moglie, anch’essa autrice del parco di sculture, a visitare quello che rimane un esemplare tempio della spiritualità trasversale. Cordelia von den Steinen faceva da voce per tutti noi, che l’ascoltavamo in silenzio, mentre accarezzava le mastodontiche sculture del Campo del Sole, situate a spirale, attorno al significante tavolo di Pietro, ai bordi del placido Trasimeno, di cui si vede il fondo, mentre si distende a vista d’occhio. Un tempio sembra, un pantheon per tutti, nella sua imponente modernità che si richiama all’enigmatico sito di Stonehenge, che da 3000 anni si erge nella mitica campagna inglese, ad indicare solstizi ed equinozi.  Così questo campo, di 27 colonne di dura pietra umbra, sta a segnare un vegliare dell’arte, della scultura, sui destini del giardino d’Europa, uscito malconcio da uno scipito ottocento e dalla accoppiata di ruspa e cemento di troppi anni del ‘900. La sua impronta, ora che i primi segni del tempo cominciano a depositarsi, sui fusti delle colonne e sul piatto del tavolo, tra giallo, verde e grigio, si fa più forte, più seria, non udendo più le voci degli autori e non sentendo le loro mani e così prende le sembianze di un monumento che si veste di storia. Alcuni di questi autori, chiamati, rispondono; Pietro Cascella, Cordelia, Nagasawa, Trubbiani, Giò Pomodoro, Tilson, Carrino e gli altri… che creano un eco, dialogante, attraente, affascinante, nel coniugare cultura e natura, mito e storia, con la nostra attualità, con la capacità di lasciare impronta.  Una capacità di creare nuova tradizione, facendo parlare i materiali, che hanno già animato lingue di altri tempi, che in parte ci sono ancora familiari e che per altro si sono allontanate, ma non ci sono diventate estranee, nella capacità di dare misura, bellezza, spirito di geometria. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Damien Hirst. For the… Scena

For the love of the God, a tradurlo in italiano, di altri tempi, all’esclamazione di una qualunque nonna, e invece si tratta di un’opera del 2007, di Damien Hirst, a forma di teschio umano, ma fatto di platino e tessuto (si fa per dire) con un numero impressionante di diamanti, ben 8601, compreso quello rosa a forma di goccia, posto sulla fronte, ma per non farsi mancare nulla, soccorrono denti umani veri.   Si tratta di un provocatore richiamo alle antiche reliquie delle nostre chiede, che in epoca di controriforma, vissuta nel terrore del peccato e della colpa, ammoniva sulla vanità della vita corporale e sullo splendore della vita eterna. D.H., di cui tutti ricordano il carattere ribelle, indurito da una famiglia rude e senza padre, con la madre depressa, che lo ha reso quel che è, un funebre, un barocco dei trionfi della morte, ma provvisto di senso della sorpresa, capace di rivestire ogni sua attenzione, con i panni dell’imprevisto e dell’incognito. Appunto quello che ha ottenuto con la sua intervista al ”New York Times”, in cui ha dichiarato, che la mitica vendita ad un gruppo di investitori sconosciuti, non era vera per niente. L’opera si è sempre trovata e si trova, in un caveau di Londra, a sua disposizione e di sua proprietà. Il balloon, coinvolge anche la mitica White Cube, che sarebbe stata la mediatrice della vendita. Oggi, lui ci dice: “Mai avvenuta la vendita”. Non possiamo dire se dica il vero o dica il falso. Ma la sua parola non è credibile, perché non abbiamo prove, né pro né contro. È irrilevante, conta il fatto che tutti abbiano creduto alla vendita, per 100 milioni di dollari, ottenendone un clamore che nessun investimento pubblicitario, avrebbe potuto ottenere (gratis) ed ora ripetendola con una semplice (sic) intervista che riapre una querelle antica, sull’uovo e sulla Gallina, mentre spettacolo e medialità si mettono in moto. E tanto basta! Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Cile. Moda. Mondo Rovesciato.

In apertura voglio dirlo. Amo il bel vestire, amo il bell’abitare, amo il bel viaggiare, amo lo stile, amo la classe, la distinzione, la ricercatezza e tutto quello che fa da corollario, come la cucina (a partire da quella multiforme del bel paese). Da studioso dell’arte, quella pure e quella applicata, quella attuale e quella storica, sono per la cultura, la trasformazione, l’esperimento.       Ma. Contemporaneamente. Sono per la conservazione della foresta amazzonica, così com’è, come sono per l’esaltazione di Bomarzo e di Pratolino, del Parco di Caserta e della Venaria Reale di Torino; così come sono per gli stambecchi del Gran Paradiso e per il rombo delle rosse del cavallino rampante. Contraddizione? No! Dialettica dell’ingegno e del lavoro umano, del preservare e dell’innovare, quindi contro lo spreco, il consumismo e la messa sotto tappeto della polvere e dei rifiuti tossici nella terra dei fuochi.                  In Cile, nel Deserto di Atacama, c’è una discarica di tessili, accatastati all’aria aperta, in attesa che si decompongano, cosa che avviene in 200, dicasi 200 anni e quindi volumi su volumi., degrado su degrado, di un fast fashion screditato che porta in questa terra di incredibile bellezza, indumenti di passate stagioni e di seconda mano, che nessuno vuole, neanche per riciclarli, perché costerebbe troppo e meglio fare del nuovo, che poi farà la stessa fine. La bulimia del sempre di più, sempre di più porta all’orrore del produrre per la discarica, che è un controsenso, ma è il senso del delirio, di mettere una scadenza a tutto; ogni etichetta ha una scadenza e se questa non basta i persuasori occulti, multimediali faranno il resto di far (ti) odiare, ciò che è ancora buono, utile, economico, ma deve andare via in fretta, senza dare il tempo ad una circolarità sostenibile, di fare quello che nei secoli scorsi ha fatto di Prato (nella nostra Toscana) di cenci, d’oro! Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Lagerfeld. Grande Collezionista. In Sotheby’s.

Karl Lagerfeld è morto a 85 anni. La sua figura iconica rimane intatta nella sua enigmatica forma dell’apparire e dell’essere. Capelli bianchi bianchissimi, senza indulgenze a colori, senza tempo, ma che in effetti rilasciano un certo distillato di tristezza, come se la vecchiaia fosse una colpa e non un punto d’arrivo, a cui si può giungere nel gruppone, col fiatone e con le ingiurie del tempo, implacabili e blasfeme.  K.L. si esibiva in tutta la sua maestosità, con occhiali scuri anche di notte e un turgido colletto di camicia, alto e bianco a scolpire il nero di tutto il resto. Volto compassato, senza inutili sorrisi e stupide emozionalità, insomma il giusto fisique des role, celebrato da Helmut Newton e David Bailey,il suo genio contaminato e contaminante conta un tale numero di valenze, da potersi riferire al barocco, al decò, ma anche all’industrialismo povero da casa e da ospedale, in una modernità poliedrica ed eclettica, che era lui e parla sempre di lui. Parole sue : “quello che mi piace del collezionismo è creare un mood, mettere insieme le cose e poi… via “ e così a due anni dalla sua scomparsa, il suo museo personale è andato e va in asta; da un lato una festa per il mercato e dall’altro un peccato non avere conservato il suo stile dell’essere e dell’avere, fondamentale per scrivere la memoria del nostro tempo, di cui lui è stato protagonista sulle tracce di Dior, Balenciaga, Versace, in compagnia di Valentino, di Armani, di Missoni. A fare un paragone, mi viene in mente Andy Warhol, di grande gusto collezionistico, con migliaia di oggetti preziosi, nascosti o mostrati nelle case della vita. Sotheby’s ha “disperso”, così si dice, quasi settecento lotti, tra cui i suoi guanti di pelle senza dita e i piatti in cui veniva servito il cibo alla sua gatta birmana Choupette. Non avidità in lui, ma piacere di collezionismo, più che di possedere. Un Grande! Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Terra e Terra. Design. Treno.

E velocità sia! Per il design è una sfida perenne, nella forma mutevole delle sue centralità e delle sue sfumature. Non si permette soste, non se le può permettere, pena la sua stessa negazione, o il suo confinamento a vintage, in quel tripudio continuo del sempre di più, sempre di più. Le fughe formali accompagnano quelle contenutistiche e non c’è mai stasi. Computer e cellulari, guidano la corsa dei consumi di massa, in un universo in continuo cambiamento; dall’architettura, agli elettromedicali, ai robot, ai videogiochi, è tutta una corsa in cui pochi ricordano i vhs, i floppy disk e gli stessi hard compact, sono rapidamente diventati archeologia di un presente che volge, all’istante, a diventare passato prossimo e remoto, saltando l’imperfetto, che ormai nessuno nomina. Tra i pochi naufraghi, che si sono salvati dalla tempesta perfetta di super jet e ologrammi, ci sono la radio e i treni che si sono truccati, camuffati, reinventati, trovando una seconda gioventù, quando nessuno ci scommetteva un cent, di paperoniana memoria. Parliamo di treni. Si prevede un Hyperloop per fare Roma – Milano, in trenta minuti e già nel 2030 un metrò Milano – Malpensa in due minuti, neanche il tempo di salire, un metropolitano Torino – Venezia in 30 minuti.        E nello stesso tempo Cina e Giappone, viaggiano già nel futuro avveniristico. Ma anche il passato ritorna, riesumando l’Orient Express fino ad Atene o Istanbul, da Parigi; oppure il Glacier Express da Saint Moritz a Zermatt. Come dire che il Design si estende a tout azimut, dilatandosi a nuovo stilema universale, a linguaggio prebabelico che entra nella nostra vita pubblica e privata influenzando i modi di vedere, di dire, di fare, le forme nel tempo. Platone, nel Timeo, definisce il tempo, come immagine mobile dell’eternità! Bello!   Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Populous. (La) Cattedrale. San Siro.

La società dello spettacolo è consustanziale a noi, ad ognuno di noi, che lo voglia o non lo voglia, perché è funzionale al nostro modo di produrre e di consumare, che ha bisogno di originalità, per rendersi appetibile. Per rimanere sempre connessa e non diventare roba da proteggere, da assistere, da sovvenzionare. È una società che non ha confini fisici, chiusure solipsistiche, ma aperture all’intelligenza, alla qualità dei numeri uno (che sono diversi dagli sterili numeri primi). Lo spirito di Olimpia è diventato mordace, caustico e ha bisogno di essere sostenuto, da un rinnovarsi dell’effetto desiderante, altrimenti si diventa Pro Patria o Genoa. Quindi, Milano dà il via alle danze… Per ora è solo uno studio, che si fa apprezzare come tale e non è aspetto secondario nella capitale del design e dell’architettura, in uno stivale che gode dell’Arena di Verona, del Teatro Fenice di Venezia, dello Sferisterio di Macerata, dello Stadio Domiziano di Roma; tutti templi della spettacolarità e della sportività ( la cui eco ci viene dal Circo Massimo di Roma) e quindi, se si fa, bisogna fare in questo modo, con attualità spregiudicata, con alto senso dell’architetturalità, che non deve essere generica, ma avveniristica e sorprendente.                                             Il concept si chiama La Cattedrale, opera dello Studio Populous di New York, per sostituire San Siro (che resterà nel cuore e nella mente di interisti e milanisti… e non solo). Non si tratta di un modello arbitrario, di quelli che vanno bene (cioè male) dovunque, ma di una vera ispirazione milanese, che si richiama a due icone, il Duomo e la Galleria. Ispirazione, s’intende e non citazione o copia, ma un modo di intendere lo spazio, di interpretarne lo spirito di continuità, ma nello stesso tempo di leggerne la dinamica (e mi sembra giusto nella città di Sant’Elia), lavorando innanzi tutto sulla luce, sulla sua suadenza di rosso/nero e nero/azzurro, sulla ecologia dei materiali e sulla spettacolarità, che è il modo di essere attuale della tradizione leonardesca, che è quella di progettare sperimentando, con visionarietà, tenendo conto che la vita è oggi, dell’hic et nunc che canta con voce  d’angelo, la profana, chi vuol esser lieto, sia, del domani…  Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Parlo di Gagosian. Gagosian parla di noi!

È un elogio, non lo voglio negare. E d’altra parte, come si dice, quando ci vuole, non bisogna sottrarsi. Sono anni che recensisco le mostre romane della Galleria Gagosian e lo faccio con gioia e soddisfazione, per la fecondità delle scelte, per il rigore degli allestimenti, che fanno cultura nel senso pieno della parola, che fanno stile, cosa che in questi tempi, ma già da lunghi tempi, è difettoso o manca del tutto. Si tratta, come tutti sanno, di una catena di gallerie, che avvolgono il mondo, si può dire e lo fanno senza enfasi e senza sovrabbondanza mediatica, bensì con sobrietà e capacità di far vedere, una pluralità di scelte, che non seguono indirizzi univoci, ma un’eclettica qualità, che si accompagna ad una libertà che non è priva di codici, ma è capace di interpretarli e trasformarli, con garbo e decisione. Direte che, i due termini, sono conflittuali; ebbene sì lo sono, ma la prima linea dell’arte, deve possederli e questa li possiede. La rivista “Gagosian”, un trimestrale di design raffinato e di contenuti sempre nelle righe, senza esaltazioni e senza osanna, ma anche senza falsa modestia, nella giusta considerazione delle proporzioni e delle variegazioni, del sistema dell’arte e del mercato dell’arte, per cui Twombly, Koons, Setsuko, stanno con giovani, promesse o affermazioni, che danno un’idea (tra le tante auspicabili) di futuro, necessario, indispensabile, perché l’attualità prosegua la storia… Ritornando alla galleria romana, non posso non ribadire, quanto essa sia di beneficio per tutti (convergenti e concorrenti…) e per l’Urbe, che in questo momento, avverte sulla propria pelle, una caduta in minorità, con pochi sussulti di vera vitalità biografica, da non confondere, con il vitalismo biologico, pre-intellettuale e pre-estetico.  Sistema vuol dire ricchezza, diversità, libertà. Hic sunt leones! Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | L’Aquila vola! Alto! Maxxi!

Vedere la città de L’Aquila è una gioia per gli occhi, per il cuore, per la considerazione di noi stessi. Intanto non è solo un cantiere, ma è anche un cantiere, in cui l’antico, lo storico, risorgono con l’aiuto della tecnologia più avanzata, facendo un grande concerto, in cui il passato vero è di vibrante attualità. Ho assistito ad una prova di evacuazione, da segnale di allarme, come l’avrei immaginato ad altri paralleli… con grande professionalità dei gilè gialli e disciplina di impiegati, visitatori, politici, a defluire da un Palazzo della Regione.  Ho visto un centro storico a testa alta, con il tanto fatto e quanto resta da fare, messo in sicurezza e ovunque tornare la vita, da città aristocratica e pulsante di architetture affascinanti, che stanno reagendo al danno subito, con una impennata di orgoglio, senza sofisticherie da bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Nella storia non c’è traccia di bicchieri pieni e basta, di tutto bene, tutto fatto, ma di officine di lavoro, di progetto, di costruzione, che è spesso ricostruzione, come lo è qui, ma con entrambi gli occhi, non strabicanti e ben focalizzati. Un esempio. Palazzo Ardinghelli diventato museo del presente e del futuro, con Nunzio e Spalletti che fanno da architettura concorrente, integrandosi spazialmente con la stilistica dell’edificio e poi Boetti, Paolini, Garutti, Maria Lai e tanti altri, che fanno sorpresa, in ogni stanza del suo circuito fantastico reale. Il tutto viene dal Maxxi di Roma… e va bene una gemmazione, ma conviene auspicare che diventi Maxxi L’Aquila, de nomine et de facto, autocefalo, perché così deve avvenire, per i figli che non possono rimanere tali a vita, ma devono diventare padri a loro volta; altrimenti si cade nella controcultura, senza fretta, con il tempo necessario, ma inesorabilmente, per evitare il rischio di essere un prodotto di filiera, di minorità ripetitiva. Intanto, in alto, in alto, in Maxxi. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo