Banksy | All’asta l’NFT di “Spike”

Il 50% dei proventi della vendita sarà devoluto in beneficenza a sostegno delle organizzazioni che operano per aiutare le vittime dei conflitti a livello globale.  L’asta prenderà il via dalle ore 22:22 su Valuart e terminerà il 29 luglio Prende il via il 22 Luglio, alle 22:22, su Valuart l’asta dell’NFT ricavato dalla celebre opera “Spike” di Banksy. Il 50% dei proventi sarà devoluto in beneficenza a sostegno delle organizzazioni che operano per aiutare le vittime dei conflitti a livello globale. Questa NFT include sia arte visiva che arte musicale. Nel CGI (Computer-Generated Imagery), l’opera Spike viene vista fluttuare nello spazio e attraversare l’atmosfera terrestre per poi immergersi nel Mar Morto, ritornando al suo legittimo posto sulla Terra, dove una volta riemersa, continuerà a ruotare su sé stessa sospesa nel vuoto. La voce di Vittorio Grigòlo sarà protagonista dell’opera. Il celebre tenore di fama mondiale ha infatti fornito un’esecuzione mozzafiato di un’aria lirica, che accompagna Spike lungo questo viaggio verso il suo luogo natio. “Sono entusiasta di poter essere parte del progetto Valuart – racconta Grigòlo – e di aver contribuito alla rinascita di un’opera d’arte così straordinaria come Spike, fornendo una mia esecuzione per la creazione di questo NFT. Ho fatto il mio ingresso per la prima volta nel metamondo dove mi trovo perfettamente a mio agio e dove prevedo ci sarà di sicuro il perfetto spazio per intraprendere progetti memorabili”.  Quella di Spike rappresenta la prima di una serie di aste di NFT sviluppate dalla società basata a Lugano. Il prossimo NFT sarà dedicato al manto e alla stola per il Giubileo del 2000 realizzati da Stefano Zanella e indossati da Papa Giovanni Paolo II la notte del 24 dicembre 1999, in occasione dell’apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro. Si tratta del cosiddetto “Manto Giubilare”, vero e proprio pezzo di storia e formidabile esempio di alta manifattura dell’artigianato di Prato, che verrà reso immortale attraverso la versione in NFT.

Klessidra | Alta Roma Moda

Il luogo è quello mitico di Cinecittà, che tutti abbiamo nel cuore e nell’immaginario, per i tanti film, che ha visto nascere, nel dopoguerra e negli anni ‘50, detti di grande sviluppo e di miracolo economico, ma in realtà, di migrazioni bibliche da tutte le regioni a sud di Napoli, isole comprese. Gli anni del neorealismo e della commedia italiana, in bianco e nero, con capolino di Ferraniacolor e Technicolor, che annunciavano la Dolce Vita e l’epopea di Via Veneto, con paparazzi e dive in vacanze e lavori romani. Con gli anni sessanta, si consumano le povertà, i miti, i sogni e nasce un lungo tempo della stagnazione, dove non emergono più né Gassman, né Sordi, né Fellini, né Antonioni; e menomale che c’è Verdone. Cinecittà ha rischiato grosso, di diventare un mega emporio commerciale, con qualche virgola di “come eravamo”. Per fortuna i nefasti non sono stati totali, anche se, il passato è passato e basta e resta un po’ e un po’ cinema, televisione, doppiaggio e qualche sogno. Una bella notizia, viene, per fortuna dall’alta moda romana, che l’ha scelto per sfilare in questo luglio di permanenza di distanze interpersonali, che nell’italiese imperante, sono diventate “sociali”, che non c’entra nulla ed è un’altra cosa. Sfila la forza stilistica italiana, che si distende tra Roma, Firenze e Milano, perpetuando un protagonismo, che vede passare i grandi nomi e le giovani promesse, ma soprattutto un sistema, un’organicità, un’eccellenza, che non ha cadute ed angoli bui, ambasciatrice di una ineguagliabile storia e attualità di italiani, con “Fashion Hub”, con “Who is on next?”, con “Show case Roma”, con “Portfolio Review”. Come dire, i valori cardine del made in Italy; moda. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Yukoh Tsukamoto | Le lacrime della Natura

FINO AL 15 LUGLIO, YUKOH TSUKAMOTO È ALL’ATELIER GALLERY DI ROMA CON IL PROGETTO LE LACRIME DELLA NATURA A CURA DI LJUBA JOVICEVIC E ANA LAZNIBAT. UNA RIFLESSIONE SUGLI ASPETTI PIÙ MISTERIOSI DELLA NATURA. In occasione della sua seconda mostra personale, nell’Atelier Gallery di via Panisperna, Yukoh Tsukamoto propone un nuovo racconto boschivo che invita lo spettatore a immergersi profondamente in un universo onirico, a volte ambiguo e misterioso. Sempre agile nel tracciare i lineamenti di ogni elemento naturale, Tsukamoto propone in questa sua esposizione, a cura di Ljuba Jovicevic e Ana Laznibat, un corpus di opere che si nutrono di luce. LE OPERE DI YUKOH TSUKAMOTO Con Le lacrime della natura, il cui titolo indica una riflessione dell’artista sulla natura ormai del tutto domata e ferita dall’incuria quotidiana, siamo di fronte a una serie di opere – realizzate con la tecnica gum print (una stampa simile alla litografia su pietra, ma con la quale è possibile stampare pochissime copie, ognuna diversa dall’altra, essendo la matrice di carta, – che ruotano tutte attorno a una grande installazione: ed è come entrare in una macchia, dove ad accogliere il visitatore sono le ombre e i movimenti di alcuni bozzoli trasparenti, o luttuose tele di ragno, nei quali sono presenti frutti secchi di liquidambar, l’albero da cui gli Aztechi ricavavano l’ococal.

Klessidra | Ponte o non Ponte

Erano gli anni della giovinezza quando, in primis, sentii dire dall’amico on.Pippo Gugliemino, in arte deputato in parlamento e in perenne opposizione, che era in tutta dirittura d’arrivo il Ponte sullo Stretto di Messina; devo dire che la notizia mi sconvolse, per un fatto geografico, insulare, perché la Sicilia (dove io sono nato) finiva di essere un’isola e s’attaccava al continente, il mitico continente… Pensai alla fine delle belle attraversate sul ferryboat, tra Messina e Villa San Giovanni, col mitico treno Freccia del Sud, pieno di lacrime e valigie di cartone, con Marie, occhi carichi di gelosia, con gente fiera nata tra gli ulivi, ma in cerca di pane caldo… lassù nel nord. Poi come succede sempre, il tempo non te lo dice, ma passa e passa e arriva a sbiancare capelli e rallentare il passo. Però, il ponte sempre in arrivo…, non è mai partito, per pigrizia, per incapacità, per balordaggine, che oggi non può più continuare, in nome dell’economia e del genio italiano, che allarga Suez, allarga Panama, fa opere ciclopiche nel mondo e da noi si ferma in nome di uno stagnante benaltrismo, che rischia di consegnare la terra di Colombo e Michelangelo, ma ancora oggi di Giò Ponti e Renzo Piano, ad una demagogica conta del nulla. Se vogliamo resilienza, ma anche ri-lancio, dobbiamo fare il ponte, perché con esso trasformeremo i luoghi comuni che si stanno accumulando su di noi, come condannati al declino. Noi siamo (siamo… non eravamo) grandi artisti, grandi scienziati, grandi visionari e dobbiamo entrare in campo, smettendo di stare a guardare, perché abbiamo una storia da onorare e la onoriamo, ristabilendo un grande presente, che è a portata di mano con tanti nomi: uno di questi è Ponte. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Donne e Arte | Tra coraggio e pregiudizi

“E se ti chiedessi semplicemente di citarmi qualche nome di artiste donne che hanno lasciato il segno nella storia dell’arte”? Ho iniziato per gioco a fare questa domanda ad amici, provenienti da diversi background culturali. Sia che la risposta arrivasse da medici, ingegneri, piuttosto che da segretarie o psicologhe, il risultato della mia intervista improvvisata ha avuto un esito alla Serendipity. Vi svelo subito l’arcano: nessuno è riuscito a darmi più di 3 nomi. Prima di leggere il risultato, tu cosa risponderesti? Ecco: il 90 % ha citato l’iconica Frida. Il 10 % ha abbinato l’artista messicana ad Artemisia Gentileschi e in pochi si sono ricordati di Tamara de Lempicka. L’arte, intesa almeno nelle sue forme di pittura e scultura, non è forse una materia  che richiede doti tipicamente femminili quali sensibilità, umanità e creatività? E allora perché nella top 10, anzi nella top 1000, si vedono uomini e non donne? Rifacendoci al luogo comune secondo il quale le donne sono più empatiche e gli uomini più razionali, l’arte non dovrebbe essere un mestiere in cui le donne possano finalmente primeggiare ed eccellere? Quelle de “l’utero è mio e me lo gestisco io” penseranno che l’ingiusta società patriarcale sia la causa di tutto ciò, ma io voglio andare oltre. Anche l’alta cucina, che vede ancora una volta i nostri amati uomini al vertice, presenta la stessa situazione apparentemente inspiegabile. Oggi solo cinque chef donne, in un elenco di oltre 130  ristoranti stellati Michelin in tutto il mondo, possono vantare le tre stelle. La motivazione che sono troppo tosti i ritmi e gli orari non mi va giù. Ma non era la donna, che doveva stare a casa davanti ai fornelli e a montagne di piatti incrostati? Dalla cucina torniamo all’arte (altrimenti fantastico troppo, e poi mi perdo). La risposta alla domanda iniziale, come sempre, è nella storia. Partiamo dall’Antica Grecia, grazie a Plinio il Vecchio sappiamo che esistevano all’epoca pittrici donne. Nei suoi testi lui parla spesso di Aolympas, Iaia, , Tamiri e Artistarete. Dall’Atene del 400 a.C. fino al 1500 però scorrono quasi duemila anni di storia, in cui il conteggio della componente femminile nel mondo dell’arte porta a scarsi risultati. Si vola così al Rinascimento, quando l’arte non era espressione concettuale fatta di idee, tagli o combustioni, (e lo dice la fan numero uno di Burri) ma era un lavoro da eseguire a pagamento. Quando l’arte è il risultato di committenze dirette, i nostri artisti sono “operai” ed esecutori dell’arte. Dipingere o scolpire era un lavoro a tutti gli effetti ed era un mestiere da uomini. Se già nel Medioevo il confine tra artista e artigiano non era affatto definito, nel Rinascimento si rappresentava quanto richiesto e venivano commissionate opere che spaziavano dai ritratti con l’immancabile ermellino fino a Basiliche come quella di Santa Maria delle Carceri a Prato. Dunque, la risposta al perché ci siano così poche artiste donne è semplice, prima del 1600 era inimmaginabile pensare che una donna potesse essere un’artigiana dell’arte, mestiere riservato esclusivamente agli uomini. Solo più tardi, quando cambia la concezione dell’arte come mestiere  e si inizia ad intendere l’arte come forma espressiva, come diletto visivo, qualcosa inizia a cambiare. Qualche coraggiosa si accinge ad esternare la propria urgenza espressiva. Artemisia Gentileschi fu una delle prime ad anticipare la tendenza di arte come qualcosa che anche le donne possono fare. In un periodo in cui la donna si deve concentrare solo sulla vita domestica lei, ricordata anche per le tristi violenze subite, dice no. Sulla sua scia, tre secoli dopo, Frida Kahlo associata inizialmente a Diego Rivera, amico a sua volta di Modigliani e Picasso, fa parlare di sé per il suo carattere audace e le sue opere inarrivabili, tant’è che oggi è più conosciuta dell’uomo che all’epoca l’ha lanciata nel mondo dell’arte. Dadamaino, unica donna del Gruppo Azimuth, membro dell’Avanguardia Milanese, cara amica di Manzoni, ha lasciato un segno, non solo sulle sue tele spazialiste ma anche per essere stata un riferimento del ‘900 dell’universo femminile nell’arte. Infine, altre donne quali Yayoi Kusama, Joan Mitchell, Louise Bourgeois, Lee Krasner, Jenny Saville si sono fatte strada, sono arrivate. Il mio augurio è che nel prossimo futuro si parli sempre più di loro, aumenti la consapevolezza sulla loro presenza e soprattutto sul loro contributo al mondo dell’arte, in modo che alla mia domanda iniziale non si arrivi ad una risposta che si conta sulle dita di una sola mano. Letizia Trivella | Art Advisor

Arturo Schwarz | L’Arte perde un altro dei suoi pilastri

Lettera a Lucrezia De Domizio Baronessa Durini Cara Lucrezia, sono affranto dall’aver appreso della scomparsa del tuo caro amico Arturo. So l’amicizia che ti lega a lui e ti sono vicino. Ho avuto grazie a te l’onore di conoscerlo in occasione dell’assegnazione del premio Montale, qualche anno fa al Museo del Novecento. Una gran persona, un pezzo di storia, un pioniere, una persona pulita. Qualità assai rara purtroppo nel nostro mondo. È grazie a quelli come lui e come te se l’Arte può ancora essere ritenuta un “valore” a questo mondo. Con grande affetto ti abbraccio. Amedeo. (Lettera aperta di Amedeo Demitry a LDD) ________________________________________________________________________________________________ Muore oggi Arturo Schwarz, storico dell’arte, curatore, collezionista e scopritore di talenti. Se ne va un perno importante della storia dell’Arte internazionale. Nato ad Alessandria d’Egitto il 3 febbraio 1924. Impegnato fin da giovanissimo nel campo della cultura e della politica con la sua libreria e la sua casa editrice (Progresso e cultura), è stato tra i fondatori della sezione egiziana della Quarta Internazionale trockista (1946). Incarcerato e poi espulso (1949) dall’Egitto per la sua attività, si è trasferito a Milano, assumendo la cittadinanza italiana. Ha donato parte della sua collezione di opere d’arte, soprattutto dadaiste e surrealiste, ai musei di Tel Aviv e di Gerusalemme e alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma (1997). Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui la laurea honoris causa in filosofia dall’università di Tel Aviv (1996). Alla sua formazione hanno contribuito le letture di B. Spinoza, K. Marx, S. Freud, di A. Breton e degli altri surrealisti. I suoi interessi si sono incentrati nello studio della cabala, dell’alchimia, dell’arte preistorica e tribale, dell’arte e delle filosofie orientali; nell’intento di verificare i suoi percorsi d’indagine, ha compiuto diversi viaggi alla ricerca delle radici del pensiero alchemico. L’incontro con Breton a Parigi (1949) e l’amicizia con M. Duchamp lo spinsero ad approfondire gli studi sul dadaismo e sul surrealismo, mentre cominciava a formare la sua collezione d’arte. Dal 1952 al 1959 si è dedicato all’attività editoriale, pubblicando scritti e documenti di storia e cultura del Novecento e collane sul romanzo e sulla poesia contemporanea. Dal 1954 nella sua libreria milanese, trasformata nel 1961 in galleria e rimasta attiva fino al 1975, ha presentato gli esponenti più significativi delle avanguardie storiche (in particolare dadaisti e surrealisti) e del secondo dopoguerra; all’arte italiana ha dedicato anche saggi critici, con lo pseudonimo di Tristan Sauvage: Pittura italiana del dopoguerra (1957); Arte nucleare (1962). Nell’ambito dei suoi interessi sul dadaismo e sul surrealismo, ha promosso la riedizione in più esemplari di famosi ready-made – anche di alcuni perduti – di Duchamp e di Man Ray. Ha curato importanti mostre: New York Dada. Duchamp, Man Ray, Picabia (1973-74, Monaco, Städtische Galerie im Lenbachhaus; 1974, Tubinga, Kunsthalle); El espíritu Dada 1915-1925 (1980, Caracas, Museo de Arte Contemporáneo); Man Ray, carte varie e variabili (1983-84, Milano, Padiglione d’arte contemporánea); I surrealisti (1989, Milano, Palazzo Reale; 1990, Francoforte, Schirn Kunsthalle); Dada, l’arte della negazione (1994, Roma, Palazzo delle esposizioni); e ha pubblicato numerosi scritti: Marcel Duchamp (1968); The complete works of Marcel Duchamp (1969; trad. it. La sposa messa a nudo in Marcel Duchamp, anche, 1974); André Breton, Trotski e l’anarchia (1974); Man Ray, il rigore dell’immaginazione (1977); L’avventura surrealista: amore e rivoluzione, anche (1997); Cabbalà e alchimia. Biografia tratta da “Nel castello di Carta“

Klessidra | Balla Casa Balla

Le grandi intuizioni sono strategiche, telluriche, tagliano in due le epoche, facendo scansione, scissione, di un prima e un dopo, istituendo un nuovo modo, inedito, di vedere, sentire, agire, toccare, annusare; rompendo tradizioni corpose e aprendo, così, varchi immensi, nel senso comune, nel linguaggio creativo, come nella psicologia, nella sociologia, nell’antropologia stessa, visto che ciò, che è pensiero e azione, diventa un vero habitat, per perimetro, per area, per orizzonti, per concezione, alta, del mondo. Le intuizioni marinettiane e futuriste, sono state, sono, tutto questo e forse più, continuandosi nel nostro tempo accelerato, nello spazio contratto, che ci caratterizza sempre, maggiormente, in modo endemico, seminale, formale, di continua neomorfosi e non solo quelle di Marinetti, ma di tutto l’universo attorno a lui, Sant’Elia, Boccioni, Balla, Severini, Carrà e poi tanti altri, da Depero a Evola, a Dottori, a Balilla Pradella, in un elenco di italiani e stranieri, interminabile, diverso da Cubismo (monotematico) e da dadaismo (destruens), ponendosi come un leonardismo e un michelangiolismo dell’hic et nunc, che si proietta inesorabilmente, in un semper, che non è sclerosi, assolutamente, bensì fiore che sboccia, giardino che cresce, città che sale, con trombe e tamburi. Così, l’apertura di Casa Balla, di Via Oslavia, in Roma, è un grande evento, da segnare negli annali dei grandi eventi, a merito del museo Maxxi, perché permette finalmente di entrare fisicamente e con piena coscienza, nella immaginaria e nella realizzativa autorale, di una ideografia di progetto artistico totale, che si evidenzia sempre, senza giorni di festa, da abbellire e giorni di tristezza, da sottolineare, con una barocchità del tutto tondo, che non lascia niente al magazzino e al sottotetto, facendo dello spettacolo un fattore esistenziale, uno spettacolo di vita, di tutta la vita. Balla interpreta l’idea di una costruzione futurista che non si trasforma mai in accademia, in conformismo passatista, annullandosi, per dissoluzione, nella ripetizione, rimanendo sempre in vista di orizzonte, per fortuna, mai raggiungibile. In Maxxi, un gruppo di artisti, ispirati da Balla, dimostrano che, quando la vita è vita, non cessa di essere, laboratorio aperto, imprevedibile, di sperimentazione, di realizzazione e luce. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Beuys Natura Londra

Mi accorsi di Beuys, molti anni fa, il galeotto mediatico fu Vettor Pisani, con una sua installazione, performance; mi incuriosì molto e da quel momento, seguii entrambi, così vicini, così diversi. Beuys, lo vidi poi a Gibellina, di una terra martoriata, poi risorta, per Lodovico Corrao. Pisani lo frequentai molto, per laboratori, cucine e ateliers, da Nicola Incisetto, Nuova San Rocco, a Napoli, della Capri, in argento e pietre preziose, della porta ferroviaria di Auschwitz-Birkenau. Beuys e Lucrezia de Domizio, mi hanno accompagnato per anni, nel reale e nel virtuale, per l’amore comune, che abbiamo, per agricoltura, per terra, nostra madre generosa, che noi per ignavia, per perversione, per accidia, ignoriamo, sfruttiamo, violentiamo. Nell’oggi, da Maggio a Novembre 2021, alla Tate Gallery di Londra, vivrà il sogno annunciato da B. a Kassel, nel 1982, con il proposito di fare una Forestation instead of City, con settemila querce da piantare, per aumentare la consapevolezza ecologica, tutelare il benessere psicofisico, immergersi in una natura più “salubre”. Avvenne nel 2007, che il duo britannico Acroyd & Harvey, andarono a raccogliere ghiande delle querce di B. ormai diventate genitive, quelle che hanno dato gli alberi che oggi sono in Tate. Dopo la mostra, sette di queste, rimarranno in permanenza, a bosco, a testimoniare l’esigenza di una difesa della natura, da proclamare, in difesa di noi stessi, del nostro presente e del nostro futuro. Decorrono i cento anni dalla nascita di B. e teoricamente potrebbe ancora essere biograficamente in mezzo a noi, ma lo è, idealmente-realmente, in queste piante e in tutto quello che lui ha fatto, che appartiene ad un etico ed un sublime, che erano, sono, di lui con lui e lo saranno, fino a quando sapremo piantare un albero, odorare un fiore, amorando insieme alla divinità, di natura, di architettura, di arte, di città, sapendo stare con erbe piante e lupi. Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

Klessidra | Design Museo. Finalmente.

Uno, raddoppia, diventa due, sperando che il due diventi quattro e il quattro… otto, in una bella sequenza, che parta da Milano dove tutto questo adesso si svolge, per spargersi in tutto il paese che è pieno di talenti , tanti che pochi altri al mondo possono eguagliare. Anche se qualcuno chiama gli italiani, spreconi, mentre siamo grandi tesaurizzatori, altri ancora (e sono gli amici nord europei) cicale e  noi non lo siamo affatto, siamo formiche lavoratrici, che sanno pensare e fare, inventare e realizzare, anche se impegnati nel saper fare, spesso trascuriamo il far sapere, cosa in cui eccellono i nostri cugini francesi, che ormai da quasi un secolo, sono a corto di creativi e fanno diventare Farina, Farinà, Cardin , Carden, Gallo in Gallò e poco ci manca che inventino Leonardò e Colombò. Non me ne vogliano i cugini francesi, è solo uno scherzo e basta. Certo è che dobbiamo diventare più sistema , più sistemati, più organismo e più organizzati. Adi Design – Compasso d’oro , che si affianca al Museo del Design che si trova in Triennale, è un esempio di anabasi, di risalita che dobbiamo compiere in fretta, prima che la memoria si faccia labile e Cristoforo Colombo  possa diventare Cristobal Colon. La memoria è la condizione del presente e del futuro, senza di essa, tangibile, consultabile, usata come classicità, la cui eccellenza deve fare da faro, si rischia la svagatezza, la smemoratezza, la fine, dio non voglia. Ecco, allora che ispirarsi al Compasso d’Oro , il più antico premio internazionale di design, che dal 1954 ad oggi costituisce il “ Nobel”, l”Oscar” dello stile italiano e italianizzante, con grandi spazi espositivi e migliaia di preziosi oggetti che dalla fantasia sono passati alla vita quotidiana, costituisce un tesoro di una inestimabilità infinita, che è nostra, che è del mondo e risponde ai nomi di Mario Bellini, Marco Zanuso, Vico Magistretti, Roberto Sambonet, Ettore Sottsass, Enzo Mari e non mi fermo con Zagato e Giugiaro. Continua… Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo

NFT | La digitalizzazione dell’Arte

Anche grazie alla pandemia da Covid-19, il settore dell’arte ha compreso l’importanza e i vantaggi della digitalizzazione ed ha quindi iniziato a muoversi per rendere i propri contenuti fruibili anche online. Il processo è sempre più in espansione: musei che rendono le proprie collezioni disponibili online, archivi digitali in cui trovare cataloghi e pubblicazioni, tour virtuali di musei e fondazioni e molto altro. In questa prima fase, la novità più grande è certamente quella degli NFT. Cosa sono gli NFT? I non-fungible tokens sono certificati immateriali di autenticità, che sfruttano la tracciabilità della blockchain e vengono commercializzati in criptovaluta. Questo significa che ogni opera, qualunque essa sia, acquisisce autenticità. La novità degli NFT sta proprio in questo: l’opera diventa un bene, nonostante sia replicabile, unico a livello di valore commerciale. Grazie a questa certificazione digitale del valore di un’opera, i non-fungible tokens cambiano il lavoro di molti artisti così come la fruizione delle opere stesse, rendendo l’arte, di fatto, più democratica. Pro e contro dei non-fungible tokens: La possibilità di poter “custodire” la propria opera in una sorta di cassaforte virtuale è certamente un vantaggio. Inoltre, il fatto che le opere siano un prodotto creato e distribuito in maniera totalmente digitale, favorisce di molto l’avvicinamento dei più giovani all’arte. Oltretutto, rispetto a quella tradizionale, la creazione in digitale ha costi decisamente più bassi e favorisce la collaborazione tra artisti e creator provenienti da mondi diversi come quello della  grafica, del marketing, del web) e permette una sperimentazione più ampia. L’artista inoltre può profittare dei passaggi di proprietà successivi, guadagnando in base a quanto l’opera, nel tempo, acquisisce di quotazione. Tutto questo, sembra ridare finalmente dignità e valore ai prodotti artistici. Non bisogna però dimenticarsi che esistono anche degli svantaggi: L’abbattimento dei costi, per esempio, è visibile nel solo lungo andare, poiché i software e gli hardware professionali sono un investimento iniziale necessario, e certamente non indifferente. Inoltre, un’opera in digitale sarà sempre “assoggettata” al programma con cui è stata creata e questo, inevitabilmente, le conferisce un valore diverso rispetto a quello di una tela con delle “vere” pennellate. Un altro aspetto da considerare è che questa nuova “democratizzazione” dell’arte potrebbe svilire il prodotto artistico in quanto “elitario” e abbassare le barriere all’entrata di questo settore, permettendo l’ingresso ad opere sempre meno degne di nota. Resta comunque che gli NFT sono la novità del momento e, nonostante un primo calo dopo il boom iniziale, il prezzo rimane ancora alto, attestandosi sui 1250 dollari l’uno.