Elegia alle Piccole Arti | Sara Scapinello

Fili colorati si abbracciano sulla superficie di un arazzo; un intarsio delicato risveglia il legno di un tavolino; fragili bolle d’aria si cristallizzano nel vetro di un calice; una pietra illumina l’incavo del collo di una donna.

Ornamenti. Semplici ed insieme complessi, quanto il lavoro che sottostà alla loro creazione. Questi decori scivolano lievi su oggetti di ogni forma e dimensione, dalle pareti di una cattedrale all’angolo di un fazzoletto di stoffa.

Gioia per la vista o sacrilega offesa alla forma?
Necessaria elevazione estetica o inutile belletto?

Da tempo immemore l’essere umano ha la necessità di distinguersi dal mondo naturale adornando se stesso e ciò che lo circonda: è la cultura che emette il suo primo vagito, trasformando le nostre azioni da semplice sopravvivenza a coscienza dell’esistenza. Con altrettanta forza questo istinto è stato osteggiato in ogni epoca: uno dei suoi primi e più celebri oppositori fu Platone, il quale inorridiva davanti a tutto ciò che potesse nascondere il vero ontologico, considerando le decorazioni inutili eccessi. Il massimo attacco venne sferrato da Adolf Loos, l’architetto che profuse energie nello scrivere pagine e pagine riguardo la criminale volontà di ogni linea curva.

Eccesso, Inutilità, crimine.

Eppure, instancabili, le mani di milioni di persone nella storia non si sono mai fermate. Progettare un decoro significa elevare un blocco di inanimata materia a spirito vitale in movimento. Segni e colori si rincorrono in sfrenate danze, accompagnando con grazia la quotidianità della nostra esistenza. Christine Buci-Glucksmann ritorna più volte sulla sinestesia esistente fra ornamento e musica: in entrambe forma piena e spazio vuoto si alternano generandosi reciprocamente in onore di un ritmo, quasi una grammatica, che ci parla con un linguaggio universale simile a quello della matematica.

Perché dunque la parola più comune per definire queste tecniche è “artigianato”? I più coraggiosi fra noi le definiscono al massimo “arti minori”. Non è forse vero,
come teorizzava Hubert Damisch, che in fin dei conti ogni opera d’arte, anche la più nobile ed ispirata, può essere considerata ad un diverso livello, ella stessa un elemento decorativo? Siamo forse troppo abituati a concepire il bello come qualcosa di elevato, quasi irraggiungibile. Ci hanno insegnato che l’artista manifesta le sue capacità solo in momenti di fulgido genio, ma allo stesso tempo abbiamo avuto bisogno di farci rassicurare dalle parole di Walter Benjamin quando, al sorgere di fotografia e cinema, ci sentivamo spaesati di fronte all’assenza del lavoro manuale, del tocco, della materia unica e irripetibile. Perché dunque declassiamo con tanta leggerezza il paziente e dedito lavoro di una ricamatrice, di un intagliatore, di un mastro vetraio o di un orafo?

La speranza è che ognuno di noi sia in grado di riconoscere la bellezza nel momento in cui essa si manifesta, che sia fra le fastose pareti di un museo o fra le mura delle nostre case. Accogliere l’Arte in ogni forma e considerarla parte integrante del nostro quotidiano è fondamentale: Arte è comunicazione, Arte è contemplazione, Arte è puro pensiero e splendida azione. Arte è un diritto per la nostra umana esistenza, non un lusso per eletti.

 

Dott.sa Sara Scapinello
INSEGNANTE DI STORIA E PROGETTAZIONE DEL TATUAGGIO
ACCADEMIA DI BELLE ARTI GB TIEPOLO – UDINE