Donne e Arte | Tra coraggio e pregiudizi

“E se ti chiedessi semplicemente di citarmi qualche nome di artiste donne che hanno lasciato il segno nella storia dell’arte”?

Ho iniziato per gioco a fare questa domanda ad amici, provenienti da diversi background culturali.

Sia che la risposta arrivasse da medici, ingegneri, piuttosto che da segretarie o psicologhe, il risultato della mia intervista improvvisata ha avuto un esito alla Serendipity.

Vi svelo subito l’arcano: nessuno è riuscito a darmi più di 3 nomi. Prima di leggere il risultato, tu cosa risponderesti? Ecco: il 90 % ha citato l’iconica Frida. Il 10 % ha abbinato l’artista messicana ad Artemisia Gentileschi e in pochi si sono ricordati di Tamara de Lempicka.

L’arte, intesa almeno nelle sue forme di pittura e scultura, non è forse una materia  che richiede doti tipicamente femminili quali sensibilità, umanità e creatività? E allora perché nella top 10, anzi nella top 1000, si vedono uomini e non donne?

Rifacendoci al luogo comune secondo il quale le donne sono più empatiche e gli uomini più razionali, l’arte non dovrebbe essere un mestiere in cui le donne possano finalmente primeggiare ed eccellere? Quelle de “l’utero è mio e me lo gestisco io” penseranno che l’ingiusta società patriarcale sia la causa di tutto ciò, ma io voglio andare oltre.

Anche l’alta cucina, che vede ancora una volta i nostri amati uomini al vertice, presenta la stessa situazione apparentemente inspiegabile. Oggi solo cinque chef donne, in un elenco di oltre 130  ristoranti stellati Michelin in tutto il mondo, possono vantare le tre stelle. La motivazione che sono troppo tosti i ritmi e gli orari non mi va giù. Ma non era la donna, che doveva stare a casa davanti ai fornelli e a montagne di piatti incrostati?

Dalla cucina torniamo all’arte (altrimenti fantastico troppo, e poi mi perdo).

La risposta alla domanda iniziale, come sempre, è nella storia.

Partiamo dall’Antica Grecia, grazie a Plinio il Vecchio sappiamo che esistevano all’epoca pittrici donne. Nei suoi testi lui parla spesso di Aolympas, Iaia, , Tamiri e Artistarete. Dall’Atene del 400 a.C. fino al 1500 però scorrono quasi duemila anni di storia, in cui il conteggio della componente femminile nel mondo dell’arte porta a scarsi risultati. Si vola così al Rinascimento, quando l’arte non era espressione concettuale fatta di idee, tagli o combustioni, (e lo dice la fan numero uno di Burri) ma era un lavoro da eseguire a pagamento.

Quando l’arte è il risultato di committenze dirette, i nostri artisti sono “operai” ed esecutori dell’arte. Dipingere o scolpire era un lavoro a tutti gli effetti ed era un mestiere da uomini.

Se già nel Medioevo il confine tra artista e artigiano non era affatto definito, nel Rinascimento si rappresentava quanto richiesto e venivano commissionate opere che spaziavano dai ritratti con l’immancabile ermellino fino a Basiliche come quella di Santa Maria delle Carceri a Prato.

Dunque, la risposta al perché ci siano così poche artiste donne è semplice, prima del 1600 era inimmaginabile pensare che una donna potesse essere un’artigiana dell’arte, mestiere riservato esclusivamente agli uomini. Solo più tardi, quando cambia la concezione dell’arte come mestiere  e si inizia ad intendere l’arte come forma espressiva, come diletto visivo, qualcosa inizia a cambiare. Qualche coraggiosa si accinge ad esternare la propria urgenza espressiva.

Artemisia Gentileschi fu una delle prime ad anticipare la tendenza di arte come qualcosa che anche le donne possono fare. In un periodo in cui la donna si deve concentrare solo sulla vita domestica lei, ricordata anche per le tristi violenze subite, dice no.

Sulla sua scia, tre secoli dopo, Frida Kahlo associata inizialmente a Diego Rivera, amico a sua volta di Modigliani e Picasso, fa parlare di sé per il suo carattere audace e le sue opere inarrivabili, tant’è che oggi è più conosciuta dell’uomo che all’epoca l’ha lanciata nel mondo dell’arte.

Dadamaino, unica donna del Gruppo Azimuth, membro dell’Avanguardia Milanese, cara amica di Manzoni, ha lasciato un segno, non solo sulle sue tele spazialiste ma anche per essere stata un riferimento del ‘900 dell’universo femminile nell’arte.

Infine, altre donne quali Yayoi Kusama, Joan Mitchell, Louise Bourgeois, Lee Krasner, Jenny Saville si sono fatte strada, sono arrivate.


Il mio augurio è che nel prossimo futuro si parli sempre più di loro, aumenti la consapevolezza sulla loro presenza e soprattutto sul loro contributo al mondo dell’arte, in modo che alla mia domanda iniziale non si arrivi ad una risposta che si conta sulle dita di una sola mano.

Letizia Trivella | Art Advisor