Klessidra | Nuvola di Fuksas

L’ho rivista in occasione della mia vaccinazione per il Covid 19, entrando nell’antro della fantasia e dell’architettura, facendo la tara di tutte le polemichette sui centimetri di troppo (mi è sembrato il remake di quanto avvenuto per il ponte di Calatrava a Venezia) chiedendo al grande artista (perché l’architetto, se non è un artista è un fuori luogo, uno spostato) di fare quello che avrebbero dovuto fare gli uffici tecnici comunali, che nella loro modesta attitudine, hanno riempito l’Italia di operine anonime, insignificanti, inficianti della nostra storia urbana e architetturale.

La Nuvola è una grande opera d’arte astratta, nella “tradizione” dei Cascella, dei Pomodoro, di Uncini, di Somaini, con una sua propria originalità, che è una grande installazione plastica e nello stesso tempo una architettura funzionale, che non è mai altro, non è mai astruseria, come testimonia l’opera di Zara Hadid, di Afragola o nel porto di Salerno. Si tratta in questo caso di una strategia della trasversalità, che all’interno fa venire l’invidia a Gaudì, mentre la sua pelle rientra appieno nella forma urbis dell’Eur, che non è un quartiere dell’Urbe, ma è una ripresa della città millenaria che è monumentale, ma anche funzionale, che serve alla vita biografica più che a quella biologica, affermando il diritto alla continuità, nella discontinuità. L’Eur ha tutto quello che ha la Nuvola, mutantis mutandis, poesia nel logos e scienza nel topos. Una, cento, mille, di queste esperienze se non vogliamo decadere nell’edilizia, di cose che sono vecchie già da giovani e insulse da vecchie. Fuksas, o della sregolatezza, della fantasia, che è un modo della post-modernità (non copiona e tradizionalista) di stare accanto a Bernini e Borromini, perché non possiamo permetterci di laudare il passato ed essere nullità nel presente, ma dobbiamo indossare i panni dei protagonisti, che non possono essere i tutti, ma tutti quelli che come Fuksas, conoscono, conoscono, ma voglio esplorare l’ignoto.

Klessidra | A cura di Francesco Gallo Mazzeo